La lingua araba, prima dell'avvento dell'Islam e della rivelazione del Corano, era una lingua solo ed esclusivamente parlata; non ne esisteva una forma scritta. I beduini del deserto avevano una predisposizione verso la poetica, dovuta soprattutto al loro stile di vita. il continuo mutamento dell'ambiente circostante portò sicuramente queste genti a un senso etereo dell'essere. La lingua del Corano era molto simile al linguaggio dei migliori poeti del tempo e fu quella che stabilì il canone formale dell'arabo dotto che, con l'espansione dell'Islam, diventò la lingua parlata ufficialmente dal Maghreb fino all'India. Sebbene il Sacro Corano dica: E quanto ai poeti, sono i traviati che li seguono ...
Non vedi come errano in ogni valle, e dicono cose che non fanno?
Eccetto coloro che credono, compiono il bene e spesso ricordano Allah, e che si difendono quando sono vittime di un'ingiustizia.
Il Profeta Muhammad disse:
Allah ha dei tesori sotto il Suo trono, le cui chiavi si trovano sotto la lingua dei poeti.
Alcune poesie contengono molta saggezza.
Alcune poesie sono preparate con conoscenza ed arte.
Le parole più vere pronunciate da un poeta furono quelle di Labid:
«Sappiate che ogni cosa é vanità, eccetto che Allah».
La Poesia
La poesia dei Sufi intende esprimere l'Amore divino, la vicinanza con l'Amato o il Diletto, l'estinzione (fanâ), la permanenza (baqâ) in Lui, il mistero che é oltre il dire oppure il senso di distacco, di separazione dall'Amato: senso illusorio che il poeta cerca assolutamente di trascendere.
Ogni amante, in effetti, mal sopporta la separazione o la lontananza dall'Amato. Ogni amante, ogni ricercatore spirituale ha un moto nel cuore, una vibrazione, un palpito che si traduce in parola, parola chiave che, sorretta dall'ispirazione (... l'Arcangelo Gabriele ti sostiene..) apre la porta alla realtà ineffabile delle sue esperienze interiori, al segreto del Divino in noi.
Con versi rimati, ritmati, melodici, l'intimità più profonda ne viene toccata. Il poeta sufi non é tanto interessato ad una letteratura fine a se stessa, egli cerca il Vero (Al-Haqq) ed esprime così la sua piena realizzazione. Il mezzo per comunicare l'incomunicabile é la sua poesia. Poesia composta di parole spesso pronunciate in stato di ebrezza (jadhb: attrazione nel Divino), di frasi estatiche inebriate da un vino dolce che portano chi le pronuncia e chi le ascolta a quel limite estremo che c'è fra l'umano e il Divino, e ancora oltre, dove il sale, lo zucchero o il miele disciolti nell'acqua diventano l'acqua.
Chi ama totalmente il Vero s'annulla in Lui e quasi eccede nel suo linguaggio traboccante d'Amore, d'Unione e d'Unità. La Presenza divina in Lui domina la sua lingua; similmente ad un profeta non é più lui a parlare ma Lui!
La poesia del santo é l'ora o l'istante della sua sincerità. Il santo terrà segreti i Suoi segreti o, in accordo con il destino segnatogli da Dio, pubblicamente li manifesterà.
La poesia del Sufi é parola rivolta all'Unico, é preghiera e dialogo con l'Unico, é coscienza ed intuizione che il suo Signore, il suo Sè é presente ed attivo nel ventricolo del suo cuore.
I simboli presenti nella creazione si dispiegano al suo sguardo per lasciar scorgere Lui, l'Unico Autore: egli legge il Suo Libro, egli ode il Suo Linguaggio.
I Sufi sono maestri del velamento e dello svelamento, del simbolismo e della metafora, velano l'essenza ed al tempo stesso la svelano.
La Prossima volta scopriremo insieme le musiche..le danze...l'architettura..La calligrafia.
Con i Celti, caso unico nella storia, è capitato ciò che non è mai successo con nessun altro popolo: la leggenda ha superato di gran lunga la realtà, fino ad arrivare al paradosso che alcuni studiosi inglesi di storia celtica, con in testa il prof. Stuart Piggot, hanno affermato che è quasi impossibile riuscire a fare una netta distinzione fra i Celti come erano in realtà ed i Celti mitici come si vorrebbe che fossero. Questa mitizzazione dei Celti ha origini molto lontane, addirittura nel 1600 .
Per secoli la popolazione portò le pecore a pascolare tra i massi di Stonehenge, considerando i megaliti una parte del paesaggio o, peggio, un'utile riserva di pietre da costruzione che sembravano essere state lasciate lì apposta per chi ne avesse bisogno. All'inizio del 1600 il re Giacomo I visitò Stonehenge; lo trovò tanto interessante da chiedere al suo architetto di corte, Inigo Jones, di fare una pianta del monumento e di scoprirne le origini. La documentazione finì nel dimenticatoio, finché nelNatale del 1648 John Aubrey si trovò ospite di un nobile che abitava nella piana di Salisbury: vide Avebury e ne rimase folgorato. Scrisse che Avebury era “superiore a Stonehenge come una cattedrale supera una semplice parrocchia: per via della sua grandiosità si potrebbe supporre che sia stato uno dei massimi templi dei Druidi.
Questo diede il via ad una serie di studi sui Celti. Il genero di Inigo Jones decise allora di pubblicare le note di suo suocero in un libro, The most notable antiquity of Great Britain, vulgarly called Stonehenge, restored. Jones sosteneva che Stonehenge era nato come tempio romano dedicato a Coelus, il dio del Sole. Era impossibile che fosse stato costruito dagli antichi Britanni, popolo di barbari selvaggi che giravano coperti di pelli e non sapevano neppure fabbricare vestiti decenti, figurarsi erigere le splendide e maestose strutture di Stonehenge. Uno studioso amico di Aubrey scrisse allora un libro per confutare la tesi di una Stonehenge romana. Altri studiosi intervennero e la controversia andò vivacemente avanti per anni a movimentare i salotti intellettuali.
Nel 1717 l'irlandese John Toland fondò a Londra la prima associazione neo-druidica, chiamata Antico Ordine Druidico. Prima della costituzione ufficiale dell'Ordine i gruppi sparsi di londinesi appassionati di tradizioni celtiche, che si chiamavano "cerchi" o "boschetti", si radunavano sulla collinetta di Primrose Hill per festeggiare gli equinozi e i solstizi; avuta la sede fissa, Toland fu nominato capo dell'Ordine appena costituito. Scopo dei nuovi Druidi era il ritorno della "età dell'oro", periodo di pace e di serenità sulla terra, con un richiamo alle antiche tradizioni naturali che dovevano contrastare il freddo e rigido puritanesimo cristiano.Toland aveva cominciato ad interessarsi agli antichi Celti dopo aver incontrato John Aubrey. Cattolico, egli si convertì prima alla religione anglicana, per poi abbracciare un credo panteista e neo-pagano. Scrisse opere religioso-filosofiche, tra cui una storia critica dei Celti, una contestazione molto polemica dei presunti misteri del Cristianesimo ed una Storia dei Druidi, pubblicata postuma.
A Toland successe William Stukeley. Medico, pastore anglicano e massone, egli cercò di conciliare il suo essere un pastore con il suo credo druidico, e ci riuscì presentando il druidismo come una branca inglese particolare del Cristianesimo e togliendo dai rituali in uso nell'Ordine Druidico tutti gli elementi paganeggianti. Fu autore di testi di archeologia su Stonehenge di grande importanza, in particolare perché segnò la posizione di alcune pietre che in seguito furono spezzate o asportate: le sue note furono essenziali per ricostruire il cerchio megalitico. Dotato di sfrenata fantasia, affermò che Stonehenge era “la chiesa metropolitana del capo druido della Britannia, un luogo consacrato dove i sacerdoti si riunivano in occasione di alcune grandi solennità annuali, oltre che per celebrarvi sacrifici straordinari e riti religiosi e per risolvere processi penali e civili” (3). Fino alla sua morte Stukeley tenne conferenze in cui sosteneva a spada tratta queste tesi; i sacrifici umani furono da lui smentiti, poiché erano un evidente errore di interpretazione di Cesare, che aveva equivocato, essendo straniero e del tutto ignorante dei principi del Cristianesimo (cosa che non stupisce, dato che Cristo non era ancora nato all'epoca di Giulio Cesare).
I libri di Stukeley portarono i Celti su una ribalta che da allora non hanno più lasciato.Si moltiplicarono le opere sui “buoni selvaggi britanni”, che vivevano in “nobile solitudine e innocente nudità” nelle loro “silvestri dimore”, lottando contro l'aspra natura. Le incisioni dell'epoca li raffiguravano con il capo ornato con complicati pennacchi di piume, molto simili alle descrizioni che i viaggiatori del 1500 avevano dato degli Indiani d'America, con in più un corredo di teste di nemici (come descritto da Diodoro Siculo) e tatuati dalla testa ai piedi (perché autori classici avevano fatto riferimenti all'uso del tatuaggio rituale presso i Pitti). Si trovò un'etimologia ebraica nelle parole gallesi, le querce della piana di Mamre, citate nel Vecchio Testamento, furono gemellate con le querce druidiche e gli stessi Druidi divennero sacerdoti rappresentanti di un Cristianesimo ancestrale che credeva nella venuta del Messia. Anzi, il poeta William Blake sostenne che i Druidi, nei loro viaggi per il mondo, avevano incontrato degli Ebrei e avevano comunicato loro questa dottrina; Abramo, Ebet e Noè non erano altro che famosi Druidi.
Il MONDO DEI CELTI
Fino agli Anni Cinquanta gli studi sui Celti, sui Germani e in genere sulle popolazioni indoeuropee erano pochissimi, dotte disquisizioni riservate agli specialisti. La massa dei lettori si orientava verso altri temi, molti dei quali inerenti la cultura classica greca e latina. Poi qualcosa è cambiato. A livello popolare è arrivato Tolkien, con la sua saga celtico-medievalesu Il Signore degli Anelli; a livello colto George Dumézil, con le sue ricerche sulle origini, la storia, la mitologia e la religione degli Indoeuropei, i Celti, i Germani, gli Sciti, che hanno dato il via ad approfonditi e sistematici studi storici, antropologici e filologici su questi popoli.
Negli Anni Sessanta c’è stata la riscoperta del valore delle origini della propria identità nazionale da parte degli Irlandesi, soprattutto nel periodo più duro degli scontri religiosi nell’Ulster, ma anche degli Scozzesi, dei Gallesi e dei Cornovagliesi; nei primi Anni Settanta gruppi musicali famosi come Dubliners e Chieftains hanno portato in tutto il mondo la musica celtica, ricostruita accuratamente con l’uso degli strumenti tradizionali, come l’arpa, il bodhran, le cornamuse. E ascoltando certe melodie di grande potenza suggestiva si può capire perché i Celti fossero convinti che la musica appartenesse all’Altro Mondo, a dimensioni ultraterrene, e perché le leggende parlino di meravigliosi cantori rapiti dalle fate e costretti a suonare e cantare solo per il Piccolo Popolo. Il revival della magia ha fatto il resto. Si è diffusa una religiosità paganeggiante, mediata anche dalla New Age, sull’onda della riscoperta delle antiche culture, che mescola spesso impropriamente i Celti con la Nuova Stregoneria. Essa ha attecchito tanto più fortemente quanto più viene sentita l’esigenza di un ritorno ad una vita più semplice, meno caotica, più vicina ai ritmi naturali, alle piante, agli animali. In altre parole, più spirituale e meno materialista.
Oggi nessuno si stupisce più di trovare libri sui Celti e sul druidismo che insegnano l’uso dei simboli celtici ad aspiranti neo-druidi, a fare previsioni con le rune, a curarsi con le piante sacre, a meditare come i guerrieri ed a suonare l’arpa. L’organizzazione di “Feste Celtiche” o fest-noz, con balli, canti, giochi e tanta musica, è ormai comune in molte città europee, soprattutto nel periodo estivo, in Italia come in Francia e in Gran Bretagna.
Le origini dei Celti I Celti sono un affascinante e forse inestricabile mistero. Sappiamo che giunsero in Occidente, con molta probabilità in Ungheria, attorno al 1200 prima di Cristo, e che da lì si spostarono verso il Mare del Nord, le Isole Britanniche, l'Europa centrale, la Francia, l'Italia del Nord, fino a raggiungere le coste atlantiche della Spagna (1). Però, reperti ritrovati in Ungheria e nella regione inglese del Wessex farebbero supporre che fossero già presenti in Europa nel terzo millennio a. C. Probabilmente erano di origine indo-europea, ma su questo non tutti gli studiosi contemporanei di storia, di linguistica e di etnografia concordano. E neppure in epoche antiche riuscirono a mettersi d’accordo: Ammiano Marcellino raccolse gli studi di vari scrittori e decise di elencare tutte le ipotesi sulle origini dei Celti (2). Dopo un po' si stancò, a causa dell’eccesso di ipotesi. Alcuni li vedevano come esuli Greci e Lidi fuggiti dall'oppressione, altri come Troiani dispersi dopo la distruzione della loro città. C'era chi giurava che fossero popoli autoctoni della zona del Reno, che se ne erano andati in cerca di posti migliori dopo che una lunga serie di disastri meteorologici aveva distrutto i loro villaggi. Erodoto disse che arrivavano dalle sorgenti del Danubio e che il loro territorio si estendeva fino ai Cineti, che abitavano presso le colonne d’Ercole. Lo storico Pitea (attorno al 320 a. C.) distinse i Celti dai Germani, popolo che abitava tra i fiumi Reno e Vistola. Ecateo sosteneva che avevano la loro patria nella zona delle Alpi Marittime, vicino ai Liguri. Non era escluso che fossero i discendenti dei mitici Iperborei, giunti dalle stelle per stabilirsi a Thule e in seguito rifugiatisi a Iperborea dopo un’immane scontro tra maghi bianchi e maghi neri. I loro pronipoti avrebbero dato origine al popolo dei Celti.
Società e famiglia presso i Celti La società celtica era basata sulla famiglia e sulla parentela, sul clan, che significa “figli”, i cui membri erano legati da obblighi e responsabilità comuni, con poteri assoluti del padre. La monarchia era molto diffusa; le prime tribù a rinunciarvi furono quelle a più diretto contatto con l'influenza romana. La tripartizione celtica era legata alla formula di tutte le società indo-europee: gli aristocratici, cui spettava il compito di combattere e di governare, i sacerdoti e i lavoratori manuali, ma la divisione non era rigidissima. Cesare (6) affermava che a contare davvero erano i cavalieri, guerrieri e aristocratici, e i Drudi, sacerdoti e intellettuali. I lavoratori manuali, cioè artigiani, carpentieri, minatori, fabbri e contadini, costituivano la plebe e avevano pochi diritti e tanti doveri, tra cui i tributi molto onerosi, che spesso li costringevano a farsi servi dei nobili per sopravvivere.
La vita religiosa e i simboli sacri
I Celti vivevano in completa armonia con la natura erispettavano lo spirito presente in ogni cosa. I corsi d'acqua, i laghi, gli stagni, le sorgenti, le foreste, le pietre erano permeati dall'essenza del divino e considerati sacri, in particolare l'acqua, che scaturendo dalla terra era il dono più diretto ed immediato della Dea Madre. Dagli scrittori classici greci e romani sappiamo che erano molto
religiosi: pregavano spesso, ogni occasione era buona per fare sacrifici ed erano soliti decorare le loro radure sacre con oro e gioielli, bottino di guerra che nessuno toccava, neppure il più povero, perché dedicato ai loro dei. Non ci sono, però, le prove di una fede religiosa nel senso di un insieme organizzato e dogmatico di credenze, anche se essi avevano una serie di cerimonie, formule e rituali magici atti ad influenzare le potenze soprannaturali ed a predire il futuro.
Essi credevano che l'anima fosse immortale. Lucano affermava che i Druidi insegnavano al popolo che "le anime non cadono (...) nei pallidi regni sotterranei, ma lo spirito passa a reggere altre membra in un altro mondo" Se la morte per i Celti non era che una pausa in una lunghissima esistenza, si giustificava il totale disprezzo di ogni guerriero nei confronti della morte.
Strabone, nella sua Geografia, diceva che"I Druidi affermano, e altri con loro, che le anime e l'universo sono indistruttibili, ma che un giorno il fuoco e l'acqua prenderanno il sopravvento su di loro".
Non avevano un concetto di morale come l’abbiamo noi, imbevuto di principi cristiani: per i Celti era morale rispettare le leggi, le tradizioni, gli dei e le usanze della propria tribù.
Dopo la morte del corpo fisico, l'anima continuava a vivere nell'Aldilà, il Sid (Sidh in irlandese moderno), luogo di beatitudine situato in un'isola lontana circondata dalla spuma del mare, ai confini occidentali del mondo conosciuto, indicato dalla Stella Polare.
C'è un albero con fiori sui quali gli uccelli scandiscono le ore, ed è in una continua armonia che tutti insieme scandiscono le ore. Colori di ogni tono splendono attraverso le pianure dalle voci incantatrici; la gioia è abituale, tutto intorno c'è musica nella Piana del Sud della Nube d'Argento.